L’illusione del reset geografico: perché cambiare Paese non cura il burnout
Ti è mai capitato di fissare il soffitto alle tre di notte e pensare che, se solo fossi a Berlino, Londra o Singapore, tutto quel peso sul petto sparirebbe all'istante?
Lo so cosa stai pensando: che l’Italia è un Paese bloccato, che la burocrazia ti sta soffocando e che altrove saresti finalmente valorizzato come meriti. Eh già, è una fantasia rassicurante proiettare la soluzione di ogni malessere su un cambio di coordinate geografiche. Ma parliamoci chiaramente: a 40 anni, con quindici anni di carriera sulle spalle, scappare non è la stessa cosa che scegliere. In questo contesto, il trasferimento all’estero viene spesso vissuto come un “reset”, una tabula rasa su cui riscrivere la propria efficacia. È un’illusione pericolosa che può costarti molto cara.
Il burnout, o quel disallineamento cronico tra chi sei diventato e il ruolo che ricopri, non è un problema logistico risolvibile con un cambio di codice postale. È una condizione strutturale del tuo rapporto con il lavoro e con le tue aspettative. Se il tuo logorio deriva dalla cronica difficoltà di porre confini tra vita privata e professionale, o da una crisi di senso profonda, queste dinamiche ti seguiranno puntuali sul volo di sola andata. Secondo i dati Istat diffusi ad aprile 2025, oltre 93.000 giovani adulti tra i 18 e i 39 anni hanno trasferito la propria residenza all’estero nell’ultimo anno. Quello che i numeri non dicono è quanti di questi professionisti abbiano semplicemente esportato il proprio esaurimento in un contesto ancora più competitivo e privo di filtri.
Trasferirsi all’estero è, a tutti gli effetti, un “blocco del lavoratore amplificato”. Richiede un dispendio di energia mentale che, se sei già “in riserva”, semplicemente non hai. Devi imparare codici comunicativi non scritti, gestire l’incertezza burocratica e dimostrare il tuo valore da zero in un ambiente che non ha memoria del tuo passato. La differenza fondamentale è che, una volta atterrato, non avrai più la tua rete di protezione abituale — amici, famiglia, ex colleghi — per attutire la caduta. Se parti già “in riserva”, il rischio di un crollo precoce è altissimo. Un professionista senior lucido sa che il cambiamento di contesto è una leva potente solo se la struttura interna è solida.
Practical Tips prima di fare il salto:
- Fai l’audit del malessere: Prendi un foglio e scrivi tre motivi per cui vuoi andartene. Se iniziano tutti con “non sopporto più…”, stai scappando. Se iniziano con “voglio imparare a…”, stai costruendo. Sii onesto, perché l’estero non è un farmaco, è un acceleratore di ciò che già sei.
- Studia il mercato “reale”: Non limitarti a guardare le job description. Usa LinkedIn per mappare la longevità dei ruoli simili al tuo nel Paese di destinazione. Se il turnover è altissimo, potresti finire dalla padella nella brace.
- Testa la tua resilienza: Prima di licenziarti, prova a lavorare in remoto da quel Paese per un mese, se possibile. Vivere in una città straniera come turista è una cosa, gestire la burocrazia locale e la spesa al supermercato quando sei stanco è la realtà che ti aspetta.
Se senti che la tua spinta verso l’estero è più una fuga che un progetto di espansione e hai bisogno di capire se un cambio di rotta così radicale sia la mossa giusta per la tua identità professionale, forse è il caso di fermarsi un attimo. Prenota una call gratuita di coaching: fare ordine tra sogni e possibilità concrete è l’unico modo per evitare un passo falso che potrebbe logorarti ancora di più.