Il mito della “scelta giusta”: perché il tuo primo errore non definisce la tua carriera
Ehi, lo sappiamo cosa stai provando. Hai scelto un percorso di studi, magari hai appena iniziato il tuo primo lavoro "serio" e ti sei reso conto che... non è come te lo immaginavi.
Il primo errore di carriera importante. La laurea “sbagliata”. Il lavoro che non era quello che ti aspettavi. Il settore che hai scelto e che ora non ti rappresenta più. Il percorso che hai preso e che adesso sembra portare nella direzione sbagliata.
La cultura lavorativa — e quella italiana in particolare — ha un rapporto ossessivo con la “scelta giusta”. Come se esistesse, da qualche parte, una traiettoria perfetta che si sarebbe dovuta seguire, e come se ogni deviazione fosse un errore imperdonabile che avrebbe condizionato tutto il resto.
Non funziona così. E credere che funzioni così è uno dei freni più potenti alla crescita professionale.
Il mito della scelta giusta
L’idea che esista una “scelta giusta” nella carriera si basa su alcune assunzioni false:
- Che si debba sapere a 18-22 anni cosa si vuole fare per tutta la vita
- Che una scelta iniziale determini in modo permanente le opzioni future
- Che chi ha avuto un percorso lineare abbia fatto scelte migliori di chi ha cambiato
- Che gli errori professionali siano costi netti senza apprendimento
Nessuna di queste assunzioni regge a un esame serio. Eppure continuano a guidare le decisioni — e soprattutto i rimpianti — di milioni di professionisti.
Cosa fa davvero il “primo errore” di carriera
Il primo errore di carriera — la scelta del percorso sbagliato, il lavoro che non ha funzionato, la direzione che si è rivelata un vicolo cieco — produce quasi sempre tre cose:
1. Informazioni preziose
Sapere cosa non vuoi è spesso più prezioso di un’idea vaga di cosa vuoi. Chi ha lavorato in un settore che non gli si addiceva sa con molta più precisione cosa cerca — e cosa evitare — rispetto a chi non ha mai fatto quella prova.
2. Competenze inaspettate
Quasi nessuna esperienza professionale è completamente inutile. Anche il lavoro più sbagliato sviluppa competenze — spesso trasversali — che tornano utili in contesti inaspettati.
3. Resilienza e autoconoscenza
Aver attraversato un momento di difficoltà professionale, di disorientamento, di cambiamento — e averlo superato — costruisce una capacità di adattamento che le carriere perfettamente lineari non sviluppano.
La trappola del “se avessi fatto diversamente”
Il rimpianto retroattivo è uno dei più grandi ladri di energia professionale. “Se avessi studiato ingegneria invece di lettere”, “se avessi accettato quella proposta 5 anni fa”, “se non avessi lasciato quell’azienda” — questi pensieri non producono nulla di utile. Consumano energie che potrebbero andare in una direzione.
La domanda utile non è “avrei dovuto fare diversamente?” — è “cosa posso fare adesso con quello che ho?”
Come usare il passato senza esserne prigionieri
Valorizzare le esperienze passate — anche quelle che sembrano errori — richiede un lavoro attivo di reinterpretazione. Non si tratta di negare le difficoltà o di fingere che tutto sia andato bene. Si tratta di trovare, in ogni esperienza, quello che ha aggiunto valore — e di usarlo.
Esercizio pratico: per ogni esperienza professionale che consideri un “errore” o una deviazione:
- Cosa hai imparato — su te stesso, sulle organizzazioni, su un settore specifico?
- Quale competenza hai sviluppato che non avresti sviluppato altrimenti?
- Quale contatto o relazione ha generato?
- Come ha influenzato la chiarezza su quello che vuoi davvero?
Nella maggior parte dei casi, anche l’esperienza più difficile o più sbagliata ha almeno una di queste cose. E quella cosa può diventare parte della narrativa professionale invece che un buco da nascondere.
La carriera come processo iterativo
I modelli di carriera più efficaci non sono piani rigidi da seguire punto per punto — sono processi iterativi di esplorazione, apprendimento e aggiustamento. Come la ricerca scientifica: si formula un’ipotesi, si testa, si raccolgono i dati, si aggiusta la rotta.
In questo modello, gli “errori” non sono fallimenti — sono dati. Informazioni che aggiornano la comprensione di sé e del mercato, e che orientano le scelte successive in modo più preciso.
Chi riesce a costruire questo tipo di relazione con la propria carriera — curiosa, iterativa, non giudicante — tende a fare scelte molto più coerenti nel tempo rispetto a chi cerca la “scelta giusta” una volta per tutte.
Quando il primo errore diventa la fondamenta
Molte delle storie professionali più interessanti — e più di successo — includono cambi di direzione, vicoli ciechi, momenti di “ho sbagliato tutto”. Non nonostante questi momenti, ma spesso grazie a essi.
Perché sono quei momenti che costringono a una riflessione che la traiettoria comoda non produce mai. E da quella riflessione nascono le scelte più autentiche.
Se stai navigando un momento di disorientamento professionale o stai cercando di capire cosa fare dopo un cambio di rotta, in BuddyJob lavoriamo esattamente su questo. Prenota una sessione di career coaching.